L’immagine del credente che riceve l’Eucaristia sulle mani può sorprendere chi è abituato a considerare la comunione sulla lingua come l’unica forma possibile di riverenza.

Eppure, la tradizione cristiana antica racconta una storia diversa: una storia in cui le mani del battezzato sono comprese come luogo santo, degno di accogliere il Corpo del Signore.

Questa prassi, lungi dall’essere una concessione moderna, affonda le sue radici nella vita della Chiesa dei primi secoli e illumina in modo sorprendente il mistero del Natale che stiamo celebrando.

Diversi testi patristici, infatti,  testimoniano che la comunione sulla mano era non solo permessa, ma considerata un gesto profondamente simbolico.

Nelle Catechesi Mistagogiche, S. Cirillo di Gerusalemme istruisce così i neofiti:“Avvicinati non con le mani distese né con le dita aperte, ma fai della tua mano sinistra un trono per la destra, che deve ricevere il Re.”

Il linguaggio è regale, solenne. Le mani del cristiano diventano un “trono”, un luogo consacrato dalla fede e dal battesimo.

Tertulliano invece ricorda che i cristiani addirittura conservavano l’Eucaristia nelle proprie case per comunicarsi quotidianamente. Ciò presupponeva che la ricevessero nelle mani, con grande responsabilità e venerazione.

Nel IV secolo S. Basilio afferma che ricevere la comunione nelle mani non è irriverente, ma una prassi ammessa e radicata, soprattutto in tempi di persecuzione o necessità.

Queste testimonianze mostrano che la Chiesa antica non vedeva alcuna opposizione tra la santità dell’Eucaristia e il gesto di riceverla nelle mani. Anzi, proprio questo gesto diventava un modo per riconoscere la dignità sacerdotale del battezzato.

Per i Padri, il corpo del credente è tempio dello Spirito Santo e le mani, in particolare, sono strumenti di comunione, di carità, di preghiera.

Ricevere l’Eucaristia sulle mani significa quindi riconoscere che Dio non teme di farsi toccare dall’uomo. È un gesto che parla di fiducia reciproca: Dio si consegna, l’uomo accoglie.

Non è un gesto “meno sacro”, ma un gesto che chiede più consapevolezza: le mani devono essere purificate, il cuore desto, lo sguardo adorante.

Il Natale è il momento in cui Dio si lascia prendere tra le braccia dell’umanità.

Il Verbo eterno, che nessuno può contenere, si lascia contenere nel grembo di Maria e poi nelle mani di Giuseppe, dei pastori, dei magi.

Il Bambino di Betlemme è il Dio che si lascia toccare.

Nel Natale, Dio si fa carne perché la carne possa diventare luogo di incontro con Lui.

Nell’Eucaristia, Dio si fa pane perché le mani dell’uomo possano diventare luogo di comunione con Lui.

Potremmo dire quindi che il gesto della comunione sulle mani diventa così un prolungamento sacramentale del mistero dell’Incarnazione: come Maria ha accolto il Verbo nel suo corpo, così il cristiano accoglie il Verbo fatto pane. Come le mani degli uomini hanno sorretto il Bambino, così le mani dei fedeli sorreggono il Corpo di Cristo. Come Dio non ha disdegnato la fragilità umana, così non disdegna le mani del battezzato.

Ricevere l’Eucaristia sulle mani non è un atto di “umanizzazione” del sacro, ma il riconoscimento che il sacro ha scelto di farsi umano.

Il Natale ci ricorda che Dio non ci salva “a distanza”: entra nella storia, si lascia toccare, nutrire.

La comunione sulle mani, se vissuta con fede, diventa un atto di adorazione incarnata: un gesto che dice che Dio è davvero con noi, Emmanuele, e che la nostra umanità è degna di essere luogo della sua presenza.


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Danila Pompilio
danilapompilio@yahoo.it |  + posts

Teologa e consulente familiare, da anni docente di religione e della scuola di comunicazione e di Consulenza Familiare di Napoli. È direttore del Consultorio familiare Agape ODV e appassionata di teologia della famiglia e psicologia.

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