La cronaca ci offre solo il contorno: una famiglia, quella di Pietralata, schiacciata dalla sofferenza. Ma la teologia non si occupa della cronaca. Si occupa del punto in cui l’essere umano, ferito, smette di reggere il peso della vita.

È lì che nasce la domanda teologica: Che cosa accade alla relazione con Dio quando la vita diventa insostenibile? La tradizione cristiana non risponde con moralismi, ma con un dato antropologico: l’essere umano è strutturalmente fragile, e la fragilità è il luogo in cui si rivela il mistero.

Nella teologia contemporanea si parla di luoghi teologici: spazi dell’esperienza umana in cui Dio si lascia intuire. Il dolore estremo è uno di questi luoghi, ma non perché “nobilita” o “purifica”. È un luogo teologico perché rivela la verità della condizione umana: la dipendenza dagli altri; il bisogno di sostegno; la vulnerabilità radicale e la possibilità reale di perdere la speranza.

Il dolore é un grido e la teologia deve ascoltare quel grido.

La tragedia di Pietralata riapre una delle domande più antiche della teologia: perché il male colpisce chi non può difendersi? La tradizione cristiana non offre una spiegazione razionale del male. Offre una direzione: il male non è voluto da Dio; il male non è pedagogico; il male non è un “disegno misterioso”; il male è una frattura nella relazione tra creatura e Creatore. La sofferenza innocente non si spiega: si accompagna. E questo è il punto teologico decisivo.

La teologia biblica mostra che la disperazione nasce sempre da una percezione: essere soli.

Il Salmo 88, il più oscuro della Bibbia, termina senza luce: “Le tenebre sono diventate la mia unica compagna”.

Non c’è lieto fine. Non c’è consolazione. C’è solo la verità: quando la solitudine diventa totale, l’essere umano perde la capacità di percepire Dio. La tragedia di Pietralata non è un fallimento morale. È un fallimento relazionale. La teologia cristiana afferma che Dio non interviene magicamente nelle vicende umane. Interviene attraverso le relazioni. Dio si  rende presente tramite la comunità, la cura Reciproca, la solidarietà e la vicinanza che sostiene. Quando queste mediazioni mancano, la persona non percepisce Dio. Non perché Dio non c’è, ma perché la sua presenza passa attraverso la cura umana. La tragedia di Pietralata è teologicamente questo: una mediazione mancata.

La teologia, se vuole essere credibile, deve diventare presenza. Perché Dio, nella tradizione cristiana, non salva dall’alto. Salva attraverso le mani di chi si prende cura.

Danila Pompilio
danilapompilio@yahoo.it |  + posts

Teologa e consulente familiare, da anni docente di religione e della scuola di comunicazione e di Consulenza Familiare di Napoli. È direttore del Consultorio familiare Agape ODV e appassionata di teologia della famiglia e psicologia.

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