Patrono degli animali e protettore del fuoco, conosciuto anche come Sant’Antonio il Grande o Sant’Antonio del deserto, e ancora Sant’Antonio del fuoco, è certamente una delle figure più venerate del cristianesimo.

Antonio nacque in Egitto da genitori nobili, benestanti e di fede cristiana. Ricevette, perciò, un’educazione cristiana e con i propri cari trascorse l’infanzia. [ ..] Con i genitori andava in chiesa, ma non si distraeva, come gli altri ragazzi, né crescendo, diventava sprezzante. Era sempre rispettoso verso i genitori e prestando attenzione alle letture, ne custodiva il frutto.” (La vita di Sant’Antonio abate- San Atanasio d’Alessandria)

Così Atanasio d’Alessandria scrive nella sua opera “La vita di Sant’Antonio Abate” composta intorno al 370, una sorta di lunga lettera che Atanasio indirizza ai fratelli monaci, dove racconta alcuni accadimenti della vita di Antonio che sarà tra i padri fondatori delle comunità anocaretiche e darà l’impulso al monachesimo orientale.

Antonio nacque a Quena, villaggio presso Eracleopoli nel Medio Egitto (251 o 252) e alla morte dei genitori, avvenuta quando aveva circa 20 anni, egli sentì forte le parole di Gesù: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi». (Mt. 19,21) . Donò tutti i sui averi, tranne il necessario per sua sorella che fu affidata a delle vergini. Inizia così il cammino ascetico di Antonio.

In quell’epoca in Egitto non erano numerosi i monasteri e i monaci non avevano perciò esperienza della solitudine del deserto. Infatti chi voleva attendere a se stesso praticava l’ascesi da solo non lontano dal proprio villaggio.” (La vita di Sant’Antonio abate- San Atanasio d’Alessandria)

Anche Antonio cominciò a vivere lontano dal villaggio e faceva visita ad altri asceti per apprendere da loro, e in questo modo, pian piano fortificò il suo spirito. Nel testo di Atanasio trovano ampio spazio i racconti delle tentazioni fatte dal demonio ad Antonio, che sempre resistette con l’astensione e il sacrificio. Dopo lunghe lotte fisiche avvenute in un sepolcro, Antonio fu visitato dalla Luce di Dio e, rinvigorito nel corpo e nello spirito, all’età di trentacinque anni si avviò nel deserto dove rimase da solo per circa venti anni.

Altri asceti cominciarono a cercare Antonio ed egli li accolse come suoi discepoli formandoli alla parola di Gesù e mettendoli in guardia dalle tentazioni del demonio, indicando loro la via della vita ascetica.

Nel 311 Massimino Daia avviò una campagna di persecuzione contro i cristiani, Antonio si recò ad Alessandria:

“Assisteva però i martiri nelle miniere e nelle prigioni. Con molto zelo era presente ai processi, esortava al coraggio quelli che erano chiamati a lottare perché fossero più pronti ad affrontare il martirio.”. (La vita di Sant’Antonio abate- San Atanasio d’Alessandria)

Antonio vs Ario

Coevo del monaco egiziano era il presbitero, monaco e teologo Ario che diede vita ad una dottrina conosciuta con il nome di arianesimo che fu condannata come eretica nel concilio di Nicea (325).

Una volta gli ariani, mentendo, dissero che Antonio la pensava come loro. Egli si indignò e si adirò con loro. Invitato dai vescovi e da tutti i confratelli scende dal monte e, entrato in Alessandria, condannò gli ariani dicendo che la loro eresia era l’ultima e che essa preannunciava l’Anticristo. Insegnava al popolo che il Figlio di Dio non era una creatura, né era stato creato dal nulla, ma era il Verbo eterno e la Sapienza, della stessa sostanza de Padre.” (La vita di Sant’Antonio abate- San Atanasio d’Alessandria)

Dopo l’arringa contro l’arianesimo avvenuta nel 335, Antonio si ritira nel suo eremo e da lì continuerà a seguire i suoi discepoli esortandoli a fuggire le tentazioni e a tenersi lontani dall’arianesimo.

Molti miracoli, guarigioni, conversioni vengono attribuite ad Antonio e Atanasio nel suo testo ne riporta alcuni.

Antonio morì nel 356 d.c. all’età di 105 anni.  Il corpo sarebbe stato sepolto dai sui discepoli, poi traslato ad Alessandria (565), quindi a Costantinopoli (635), e di lì in Francia (sec. IX-X) e infine a Saint-Julien di Arles nel 1491.

Antonio per tutta la vita parlò copto, la lingua che rappresenta la fase finale, più evoluta, della lingua egizia, mentre ignorò completamente il greco. Del santo taumaturgo non vi sono scritti teologici ma solo alcune lettere inviate ai suoi discepoli nelle quali li esortava a resistere alle tentazioni della carne.

Il culto di Sant’Antonio abate nella tradizione cristiana

Nella notte tra il 16 e il 17 gennaio è usanza nel paese cilentano di cui sono originaria, come in tanti altri luoghi, soprattutto del meridione d‘ Italia, accendere in onore di Sant’ Antonio abate, la cui festa liturgica cade proprio il 17 gennaio, giorno in cui secondo la tradizione morì, dei falò. Il fuoco è da sempre legato al culto del santo anacoreta e taumaturgo secondo la tradizione, infatti, Antonio discese fino all’inferno, sfidando il fuoco eterno che a lui si arrese, pur di strappare alcune anime dannate al diavolo.

Nell’ iconografia tradizionale è spesso raffigurato circondato da animali domestici, soprattutto maialini, di cui è popolare protettore. Secondo alcune tradizioni nella notte tra il 16 e il 17 gli animali acquisterebbero addirittura la facoltà di parlare fra di loro, miracolo che spesso si ripeteva quando il santo era in vita, tuttavia gli uomini si guardano bene dall’ avvicinarsi alle stalle durante questa notte perché ascoltare le conversazioni degli animali sarebbe segno di grande sventura.

L’ accensione dei falò, la benedizione del fuoco sono riti che affondano le proprie radici in culti precristiani legati al ciclo agricolo e all’ alternarsi delle stagioni… il fuoco, simbolo di luce, rigenerazione, purificazione, acceso nel pieno dell’ inverno segna anche un momento di passaggio, le giornate si stanno allungando, la luce guadagna ogni giorno un piccolo passo sulle tenebre, e se anche madre terra sembra ora addormentata già si avvertono le prime avvisaglie di una nuova primavera e di un nuovo raccolto di cui ci farà dono.

I falò rappresentano inoltre la volontà di bruciare il vecchio e il negativo, di propiziare l’arrivo di qualcosa di positivo, altra usanza molto diffusa, infatti, è quella di bruciare nei falò di sant’Antonio una lista dei desideri che si vorrebbero realizzare in modo da essere benedetti dal fuoco sacro del santo. L’accensione del fuoco rappresenta infine la volontà di celebrare e accelerare la fine della stagione invernale.

Altra tradizione molto radicata in tanti centri del Sud Italia è quella di girare per le strade, nella notte tra il 16 e il 17 gennaio, agitando in maniera vigorosa delle grosse campane che si utilizzano generalmente al collo delle mucche. Questa strana usanza, molto probabilmente, è legata alla tradizione secondo cui quando Antonio si recò all’inferno per strappare alcune anime al demonio, per distrarlo mandò avanti il suo fedele compagno, un maialino con al collo una grossa campana il cui suono doveva servire ad attirare l’attenzione del diavolo. Il suono delle campane per il paese serve quindi a scacciare il male e ad attirare la buona sorte.

Infine, la festa di Sant’Antonio Abate segna anche l’inizio del periodo di carnevale che terminerà poi con il martedì grasso e l’inizio della Quaresima, è molto diffuso, infatti, il detto “ Sant’Antuono mascare e suoni….” ( A partire da Sant’Antonio ci accompagnano le maschere e l’allegria di suoni del carnevale).

Una ricorrenza, quella della festa del santo, che abbraccia fede e folclore, storia, leggende e tradizioni…quelle tradizioni che vanno tenute vive per custodire le nostre radici. Viviamo quindi la fede popolare come un’occasione di rinnovata ricerca di quei valori che assolutamente non devono essere perduti.

Buona festa!

Mariavelia Loguercio teologa
mariavelialoguercio84@gmail.com |  + posts

Teologa, studiosa di ebraismo e appassionata di astronomia. Impegnata da anni nel dialogo Interreligioso, docente di religione e docente di ebraico ed esegesi dell’A.T. presso ISSR San Matteo (SA).

Lascia un commento