Ci sarà tempo e modo di assaporare la profondità della prima enciclica di Papa Leone XIV, un documento che già dal titolo vuole mostrare al mondo la prospettiva della speranza cristiana chiamata a confrontarsi con le nuove sfide del nostro tempo: Magnifica humanitas. Una umanità che pur nelle proprie contraddizioni deve saper guardare alla bellezza creaturale che Dio le ha attribuito.
Dicevo, ci sarà tempo e modo per toccare i diversi punti (e spunti) di riflessione che il papa ha voluto offrirci, ma a caldo possiamo quantomeno provare a cogliere il cuore di questo appassionato messaggio: custodire l’umano.
Custodire l’umano
Se ne trova una profonda argomentazione al capitolo sottotitolato “La grandezza della persona umana davanti alle promesse dell’IA” nel quale si pone lucidamente sul tavolo l’intera questione:
«Il rischio non è solo che alcune tecnologie siano usate male, ma che il paradigma tecnocratico in cui siamo immersi, potenziato dalla rivoluzione digitale e dall’IA, faccia sembrare giusta e normale una visione antiumana, secondo cui la pienezza della vita consisterebbe nell’avere di più, nel ridurre la fragilità, eliminare l’imprevisto, controllare ogni cosa. Quando l’efficienza diventa misura del valore, l’essere umano è tentato di pensarsi come un progetto da ottimizzare più che come una creatura chiamata alla relazione e alla comunione» (MH, 112).
Come chiarisce il papa «assolutizzare una sola dimensione dell’essere umano è sempre sbagliato» (MH, 113) in quanto «la qualità di una civiltà si misura non dalla potenza dei suoi mezzi, ma dalla cura che sa offrire, dalla capacità di riconoscere l’altro come volto e non come funzione».
Di qui il doveroso interrogarsi su due termini, o meglio “narrazioni di fondo”, ossia transumanesimo e postumanesimo che – denuncia il Papa – «costituiscono lo sfondo ideologico che abita alcuni centri di potere tecnologico e colonizzano l’immaginario collettivo in forma semplificata, specie nei media e nelle reti sociali, inducendo l’entusiasmo per le nuove tecnologie con una visione futuristica di “uomo potenziato” oppure di “uomo ibridato” con la macchina» (MH, 115).
Transumanesimo e postumanesimo
Nello specifico «il transumanesimo immagina un potenziamento dell’essere umano attraverso le tecnologie (biomedicina, ingegneria del corpo, dispositivi, algoritmi), con l’aspirazione a incrementare prestazioni e capacità.
Il postumanesimo, soprattutto nelle sue versioni più radicali, si spinge oltre: critica l’antropocentrismo e prospetta una forma di ibridazione tra essere umano, macchina e ambiente, fino a immaginare un passaggio di soglia in cui l’umanità supererà se stessa entrando in un nuovo stadio evolutivo».
Non soltanto “fantascienza” in quanto «anche quando queste ipotesi restano in larga parte speculative, esse acquistano rilevanza, perché modificano l’immaginario collettivo e, di conseguenza, orientano le scelte sociali, economiche e politiche» (MH, 116).
Questa considerazione di fondo introduce il cuore della prospettiva cristiana:
«il punto critico, alla luce della Dottrina sociale della Chiesa, non è l’uso della tecnica in quanto tale, ma la visione che vi soggiace: se l’essere umano è trattato come materiale da perfezionare o da oltrepassare, allora diventa più facile accettare che alcuni vengano considerati meno utili, meno desiderabili, meno degni. In nome del progresso si può arrivare a immaginare “sacrifici necessari”, e a far pagare ai più fragili il prezzo di una presunta ottimizzazione della specie» (MH, 117).
«Tutto è connesso», ci ha detto qualche anno fa Papa Francesco con la Laudato si’ (LS, 117), ora Leone XIV ce lo mostra lasciando emergere il filo sottile che lega il relativismo etico e la deriva tecnocratica.
La prospettiva cristiana
Il Papa fa quindi una fotografia della visione “mondana”, proponendo, quale contraltare, la prospettiva cristiana: «il nostro rapporto con la vita sembra oggi in crisi. Tutto ciò che appare come “limite” – incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità – tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione. Invece dobbiamo ricordare che l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite» (MH, 118).
Ma invece «é proprio nel nostro essere limitati che trovano spazio la compassione, la sincera inquietudine di fronte ai bisogni degli altri, la generosità che sorprende anche in mezzo all’oscurità e al fallimento, l’esperienza spirituale e l’adorazione di Dio» (MH, 119).
Ecco allora che «rinunciare a questa avventura, insieme drammatica e splendida, in nome di un presunto superamento di ogni limite potrebbe significare qualsiasi cosa, ma non più essere umani» (MH, 120).
È in gioco il senso stesso della vita, la ricerca della nostra pienezza creaturale in quanto «la finitudine, quando è accolta nella verità, non impoverisce l’essere umano ma lo apre al riconoscimento del volto di Dio e dell’altro.
Del resto, proprio perché sperimenta il limite – la vulnerabilità, il dolore, il fallimento – egli può riconoscere la propria e l’altrui dignità come inviolabile. E nella stessa esperienza del limite, resta capace di intuire una fraternità più grande di sé e di riconoscere l’ingiustizia come scandalo» (MH, 122).
Questa nuova “Rerum novarum” intende infatti ribadire che la Chiesa non è arroccata su se stessa, ma che nel pieno spirito del Concilio Vaticano II cerca di aprirsi al mondo e di accompagnarlo interpretando i segni dei tempi e offrendo la prospettiva del Vangelo quale chiave di discernimento per l’umanità in cammino.
Magnifica humanitas intende perciò chiarire che
«l’umanesimo cristiano non rifiuta la scienza e la tecnica, ma le assume con gratitudine e realismo, e le colloca “con i piedi per terra” dentro una vocazione più alta. L’intelligenza creativa dell’essere umano è un dono che può alleviare sofferenze e aprire possibilità nuove, ma essa deve restare ordinata al bene comune, alla giustizia, alla cura dei fragili e del creato» (MH, 129).
La tecnica può essere una sfida a Dio, come lo fu la Torre di Babele (Gen 11,1-9) «una costruzione grandiosa, ma disumana» (MH, 129) o un’opportunità di ricostruzione paziente e condivisa della comunione, sul modello della rinascita di Gerusalemme narrata nel libro di Neemia (Ne 2-6).
L’invito alla riflessione
Papa Leone ci invita a riflettere e lo fa richiamando ancora una volta l’immancabile Sant’Agostino: «Interrogarci su questa alternativa di progresso e sul nostro modo di interpretarlo e viverlo significa sempre, in fondo, interrogarci anche sul nostro cuore. Il modo in cui pensiamo e strutturiamo le relazioni, il lavoro, le istituzioni, infatti, manifesta i nostri valori fondamentali e, in ultima analisi, nasce da ciò che ci sta più a cuore. È un amore che ci guida: quello che amiamo davvero, sia come singoli che come società, orienta la nostra vita e il nostro agire. Sant’Agostino descrive la storia umana come luogo di lotta tra due amori, che hanno costruito due modi di abitare il mondo e di convivere, due “città”: da un lato l’amore di Dio e del prossimo, dall’altro l’amore unicamente di sé. “Due amori fecero due città: la città terrena l’amore di sé fino al disprezzo di Dio, la città celeste l’amore di Dio fino al disprezzo di sé” [S. Agostino, De civitate Dei, XIV, 28]» (MH, 130)
Ecco allora che «come in tutta la storia umana, anche oggi questi due amori lottano nel nostro cuore per il predominio. Il tempo dell’IA non sfugge a questa regola: la costruzione di Babele o quella di Gerusalemme inizia in ciascuno di noi» (MH 130).
Buona lettura.
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